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Le tradizioni di Meta

In questo link vai direttamente alla pagina sulle tradizioni: la Canzone de lo Capo d'Anno; il rito delle processioni di Meta;


La storia di Meta

La storia di Meta non ha versione unanime: molti gli interrogativi ancora aperti e le interpretazioni proposte.

In questo link c'è la Meta descritta in breve dall'avv. Fienga.
Meta in breve
 
Esistono delle fonti bibliografiche sull'aspetto urbanistico-architettonico della città o su alcuni aspetti della sua vicenda storica:

C. Molegnano, "Descrittione ... della Città di Sorrento ..., [Chieti 1607] Napoli 1846"
Antonio Teodoro "Narrazione dell'assedio della Città di Sorrento ... nell'anno 1648"

 
Ma la difficoltà sta appunto in questo, nel non potersi confrontare con una documentazione anteriore al XV secolo:
"La documentazione edilizia del centro storico di Meta non va più indietro degli ultimi decenni del XV secolo. Dell'antichissima chiesetta del SS. Salvatore, intorno alla quale si sarebbe sviluppata la fabbrica della Basilica del Lauro, non c'è alcuna traccia, né di una qualsiasi testimonianza architettonica che si ricolleghi alla attività cantieristica, nota fin dal XII secolo". Queste le parole del prof. Russo ne il suo "Meta mura e volte", ed. 2005.

Un'altra interpretazione sulla storia Metese è la seguente, che tiene conto delle varie fonti proposte da studiosi nostrani come il già citato M. Russo nel suo "Meta Mura e Volte", 2005; "Sorrento e la sua Penisola" di A. Cuomo; "Passeggiate Sorrentine" di G.Guida;
interpretazione questa riportata in nuce ne 'Lo sviluppo agricolo integrato nelle aree a forte vocazione turistica: la provincia di napoli' a cura di ilaria Ascione con la collaborazione di Celeste D'Amore e Giuseppina Mauro, Editrice Monteverde (Roma), 2000 
 
Storia
Il cippo terminale di una qualsiasi via veniva chiamato, in epoca romana, Meta, da cui il toponimo della cittadina. Traduzione latina del greco Tèpma, che significa limite, confine. Infatti, tra Piano e Meta è il Ponte Grazio, risalente al IV secolo a.C. , che ha avuto un ruolo importante nella storia del Regno di Napoli. Era il Pons Maior con al centro un cippo che designava il termine della Via Minerva, che partiva dalla Punta della Campanella e l'inizio della Via Stabiana che, per Alberi e Vico, portava a Stabia e a Pompei.
Si può dire che per questo ponte sia passata la storia. Infatti su di esso transitavano, a rotta di collo, i cursores che, in meno di due giorni, tramite la Via Appia, recavano alla Curia (la sede del Senato a Roma) i desiderata di Tiberio il quale, come è noto, amava trastullarsi sotto il ciclo di Capri. Al Capo Minerva (attuale Punta Campanella) era attivo un costante servizio di guardia per i messaggi da Capri. La strada di Alberi, una mulattiera, è stata l'unica via di collegamento tra Sorrento e Stabia fino al 1400.
Il Ponte Orazio perse molta della sua importanza nel 1836, quando Ferdinando II di Borbone percorse per la prima volta la strada di Scutari - l'attuale S.S. 145 - da lui stesso fortemente voluta e realizzata in soli due anni. Si narra che il re, giunto con lo stomaco in subbuglio allo spiazzo antistante la Chiesa della Lauro di Meta, riferendosi al panorama ed alle tante curve, sbottò in "Bella la strada, impiccate l'ingegnere". Le molte curve, comunque, si perdonano facilmente a questa strada che corre a picco sul mare offrendo un panorama mozzafiato. Pienamente meritato, dunque, l'omaggio tributatele da Renato Fucini in Napoli a occhio nudo, del 1878:
"Attraversato rapidamente il breve piano della marina di Castellammare, incomincia subito lo stupendo tratto di strada incassato fra dirupate scogliere. Questa via per me è quella che contribuisce essenzialmente alla grandissima e giustificata fama delle bellezze di Sorrento, il quale di per sé stesso altro non è che una meschina e sparpagliata cittaduzza che, abbordata dalla via di mare, piuttosto che soddisfare al desiderio del visitatore, mostrando una bellezza sorridente, gentile ed intonata col grato effluvio de' suoi cedri fioriti, presenta invece l'aspetto a' un castello da burattini, collocato in cima a un rozzo muraglione ciclopico. Il Sorrento dei poeti non è Sorrento, ma la strada che conduce a Sorrento. E questa strada è meravigliosa". L'inaugurazione di questa arteria ha interrotto l'isolamento della Penisola, contribuendo non poco al suo sviluppo. Questo, unitamente alla vocazione attuale di Meta ad un turismo prettamente balneare, ha contribuito a far cadere nell'oblio le vecchie mulattiere, che tuttavia sono sempre lì e costituiscono un itinerario naturalistico interessante.
Descriviamo quella che ci sembra la via meno scontata, ma anche più giusta e storicamente coerente, per avvicinarsi a questa cittadina il cui nome di per sé implica il riferimento ad una strada. La parte ancora segreta di Meta resta quella al di sopra del Corso Italia. Sono le antiche strade di accesso alla Penisola Sorrentina: Montechiaro, Casini, Alberi, Camaldoli di Arola.
Il WWF ne ha studiato il percorso e l'ha inserito tra le escursioni della Penisola Sorrentina. Cinque le tappe di questo percorso della durata di quattro ore. Montechiaro (m. 215) è il primo dei numerosi balconi naturali di rara bellezza. Ben note sono le produzioni del "vino del sabato", dell'olio e degli attrezzi agricoli. Il monte Sant'Angelo, localmente chiamato dei "Casini", è il rilievo dominante. Gli ulivi lasciano il passo agli arbusti della macchia mediterranea. Non rara, la vista di uccelli migratori, rapaci e volpi. L'itinerario costeggia dei campi coltivati, attraversa un castagneto, volge in discesa. Di fronte ora è visibile Vico Equense. Imboccata via Petrignano, in venti minuti si giunge ad Alberi. In passato, questa frazione di Meta (m. 295) ospitò la prima scuola nautica della Penisola Sorrentina. Lateralmente al campanile della chiesa parrocchiale si prosegue per via Camaldoli. La collina di Camaldoli (m. 415) conserva nel nome la memoria di un antico eremo dei Monaci Camaldolesi. Vi si accede attraverso una vecchia fortificazione che svela all'interno un'ampia spianata, con dei lecci secolari. Dalla terrazza si gode un fantastico panorama. Un mondo ricco di viti, ulivi e agrumi, di scintillii della luce sul mare immobile, di balsami della macchia mediterranea che il maestrale diffonde sul mare, di ore dolci del tramonto estivo, di ombre che scendono da muri, chiese e palazzi antichi, di volti segnati dalla fatica e dagli anni. In basso è possibile osservare tutti i Casali di Meta, Piano e Sant'Agnello. All'uscita dell'eremo del Camaldoli, si prosegue a destra per un sentiero che termina sulla via Raffaele Bosco. La strada, proveniente da Seiano, conduce al centro di Arola. Da qui s'imbocca una strada in cemento per scendere nel vallone di Lavinola, inciso nei millenni delle acque nel tenero banco di tufo, costituisce uno dei più salienti fenomeni naturalistici.
Meta, percorsa dai Greci e dai Romani, viene scoperta poi dai Goti, Longobardi, Bizantini e Saraceni.
L'originario centro di case di pescatori e marinai assunse il suo carattere distintivo durante il periodo bizantino, intorno al culto della Madonna del Lauro. L'attaccamento dei metesi alla "loro" Madonna, ed alla Chiesa che la ospita, è tale da costituire un tratto identificavo di questo popolo di marinai: molte persone qui si chiamano Lauro o Laura, sia di nome che di cognome e comunque non si cono¬sce Meta e la sua gente senza visitare la Chiesa della Madonna del Lauro, e prima ancora, lasciarsi affascinare dalla sua storia, che si intreccia con la leggenda e il mito. In effetti, le origini della Chiesa si perdono nelle tenebre medievali. Secondo la tradizione nel secolo VIII d.C. una vecchierella, sorda e muta, pascolando la sua vacca nei boschi vide una lingua di fuoco ardere senza consumarsi. Si accostò e trovò, ai piedi di un lauro (alloro), la statua della Madonna, in stile bizantino. Subito guarita da sordità e mutezza corse in paese gridando al miracolo. Il Vescovo di Sorrento fece trasportare la statua nella sua Cattedrale, ma il mattino successivo, miracolosamente, essa fu ritrovata sotto l'alloro a Meta. Questo miracolo si ripeté e così la statua venne lasciata a Meta, nel tempietto del Salvatore, che si trovava nei pressi del lauro in questione e che era sorto sui ruderi di un tempietto pagano dedicato ad Apollo, il purificatore, nume cui, guarda caso, era sacro l'alloro.... Da allora la statua fu venerata come "Madonna del Lauro". Il numero crescente di fedeli che si recavano a venerarla, indusse la popolazione a costruire, fra il IX e il X secolo, un tempio più grande. Le vicende di questa chiesa sono state travagliatissime perché più volte distrutta e saccheggiata, e ogni volta ricostruita e arricchita dai metesi. Nel 1782 fu necessario riconsacrarla, per i tanti lavori eseguiti! Era sede parrocchiale già dal 1536 e fu elevata a Basilica Pontificia nel 1914 ed è stata sede Giubilare diocesana per l'Anno Santo del 2000.
Tornando alla Madonna la storia dimostra come il ritrovamento tra i boschi sorrentini di una statua con quelle caratteristiche era, a quell'epoca, perfettamente plausibile. Vediamo perché.
Si tratta di una scultura bizantina, realizzata tra la fine del VIII e l'inizio del IX secolo, epoca in cui il territorio Sorrentino era sotto l'imperatore di Bisanzio, e la Repubblica Marinara di Amalfi era florida e intrecciava commerci con l'Oriente. Gli stessi Metesi avevano un'ottima Marina Mercantile e frequentavano i porti dell'Oriente e della Palestina. Dunque era normale nella zona trovare opere d'arte bizantine. Resta da spiegare perché la statua della Madonna si trovasse abbandonata in un bosco. Il periodo del ritrovamento coincide con quello delle lotte iconoclaste scatenate dall'imperatore bizantino contro le immagini sacre di cui fu ordinata la distruzione in tutte le province dell'Impero, inclusa l'Italia. È realistico quindi supporre che la statua per sot-trarla alla distruzione venne nascosta nel bosco dove poi fu ritrovata. Circa poi la sua origine, sul piano storico è ugualmente possibile tanto che sia stata realizzata in Oriente e trasportata qui dai naviganti, tanto che sia stata scolpita da un artista del posto.
La tradizione orale sostiene la provenienza dall'Oriente e afferma che, al momento del ritrovamento, i marinai metesi riconobbero in quella statua la Madonna del Tabor che avevano venerato in Palestina. Questo andrebbe a suffragare le ipotesi di alcuni esperti di etimologia secondo i quali l'appellativo della statua non deriverebbe direttamente dal lauro, ma dal greco tavros, monte.
In poche parole alla statua inizialmente non fu cambiato il nome: tabor e tavros hanno la stessa matrice e quindi quella era e rimaneva, in effetti, la Madonna del Monte. Solo successivamente, nella lingua parlata, "tavro" sarebbe diventato "lauro" perché in dialetto "lauro" si pronuncia con la V al posto della U. La considerazione che viene da fare a questo proposito è che, in passato, l'ambiente aveva un ruolo tale da condizionare perfino i nomi di chiese e santi! È possibile, insomma, che il lauro caratterizzasse fortemente il paesaggio metese dell'epoca e si differenziasse, per esempio, da quello della vicina Vico Equense dove, allora come oggi, evidentemente abbondavano gli allevamenti di bovini....Perché ? Perché Santa Maria del Toro a Vico, altro non è che l'ennesima chiesa dedicata alla Madonna del Monte.... solo che qui "tavros" è diventato "tauros", cioè "toro"! Tornando alla Basilica della Madonna del Lauro, per le importanti opere d'arte che custodisce è stata dichiarata monumento nazionale nel 1913.
La particolarità cui i metesi tengono di più è che essa, dal 1206, gode del privilegio delle parrocchie estaurite, che prevede l'elezione del parroco da parte del popolo. Le chiese con questa eccezionale prerogativa, sono oggi solo ventuno in tutto il mondo e di queste sette nella Archidiocesi di Sorrento - Castellammare. La visita a questa chiesa insomma è d'obbligo anche per capire meglio un popolo che in essa trova la propria identità. Una prova la si ha entrando nel Cappellone di San Pietro, costellato di ex-voto marinari datati tra il '600 e il primo '900, l'epoca della marineria. 

La marineria metese
Il moto riformatore è il filo rosso che lega la marineria napoletana a quella metese. Con Carlo di Borbone il regno pone al centro il commercio che produce ricchezza e da vigore alle industrie. Quasi tutto il com¬mercio estero del napoletano era in mano agli stranieri (Olandesi, Inglesi e Francesi). Re Carlo, per contrastare la dipendenza del proprio regno da Londra, imboccò la strada delle riforme con una serie di importanti iniziative.
Tra l'altro, furono inaugurati, nel 1784, due istituti nautici: l'uno a Meta e l'altro a Piano. Ad essi si accompagnò una scuola nautica ad Alberi.

Cantieri navali di Alimuri
I Greci con l'aggettivo "alimurei ζ" indicavano uno dei loro cinque punti d'approdo nella Penisola Sorrentina, caratterizza¬to dallo scorrere rumoroso d'una cascata che sboccava a mare ad Alimuri. Dal 1650 si sviluppò l'attività dei cantieri navali di Alimuri che esistevano dal 1200. Ma il boom economico esplose solo quando Carlo III dotò la flotta mercantile della protezione di navi militari. Nel dicembre 1866 i cantieri avevano 8 scali di costruzione e risultavano costruiti 256 bastimenti a vela. Non va dimenticato l'indotto costituito da una costellazione di botteghe artigiane, specializzate nella realizzazione di utensili per la nave, nonché di contenitori per il trasporto marino di prodotti solidi e liqui¬di oppure nella tessitura di vele e nell'intreccio di canapa per cordami di bordo.

Abitazioni ed armatori dell'antica marineria metese
È l'epoca eroica della vela a segnare il momento culminante dell'ascesa metese, il secolo delle straordinarie imprese delle grandi famiglie metesi. La ricchezza di armatori e capitani produsse un sontuoso centro storico dove anche la casa più umile è impreziosita da raffinatezze architettoniche, con un giardino, un orto, un frutteto. Anche se vi fu un notevole sviluppo edilizio e la coltivazione degli agrumi su terrazzamenti modificò la conformazione di molte aree, queste trasformazioni si sono sempre inserite nel tessuto preesistente senza distruggerlo, conservando le antiche tecniche costruttive. Per queste ragioni Meta-Centro, i nuclei edilizi di Casa Starita, Pontevecchio, Alberi e gli insediamenti sparsi localizzati nelle aree più interne rappresentano oggi un importante patrimonio storico, artistico e ambientale.
A Meta si sente subito la presenza di un ambiente del tutto particolare: placide case d'altri tempi che mostrano di non aver nulla in comune con le moderne ville borghesi. Sono le case dei capitani di lungo corso, degli armatori dell'antica marineria napoletana, costruite a partire dalla seconda metà del Settecento fin verso la fine dell'Ottocento. Spesso la casa si apre con un portale in pietra vesuviana che spicca in grigio-scuro sul bianco intonaco della facciata.
L'Ottocento fu il secolo d'oro della vela e la marineria metese ne fu all'altezza. Col tramonto di questo tipo di navigazione sopraggiunse la decadenza, interrotta solo dal turismo.

Meta oggi
La risorsa principale di Meta sono le sue belle e ampie spiagge, facilmente raggiungibili in auto e dotate di parcheggio: prerogative che rendono unica Meta nel contesto della Penisola Sorrentina, poiché l'orografia del territorio non consente agli altri comuni di avere spiagge con questi requisiti. Tutti gli altri comuni hanno spiagge stupende, ma raggiungibili attraverso scomode rampe, oppure i parcheggi non sono ampi. Inoltre si tratta di spiagge rocciose, inadatte quindi a famiglie con bambini o anziani.
Meta si è perciò ritagliata negli anni un ruolo ben preciso: quello di offrire a turisti e a residenti un turismo balneare classicamente inteso (stabilimenti, spiagge sabbiose, fondale non troppo profondo, etc) "servizio" svolto egregiamente. I Metesi hanno riversato nell'industria turistica il genio e l'iniziativa che li ha sempre contraddistinti, e che in passato dedicavano all'industria cantieristica. Questa naturale vocazione ad un turismo di tipo balneare e quindi concentrato nei mesi estivi, è stata la fortuna di Meta negli ultimi decenni ed è sicuramente qualcosa su cui vale la pena di continuare a puntare. Tuttavia il fatto che nell'immaginario collettivo Meta sia nota solo per le sue spiagge è oggi uno stereotipo che incomincia, giustamente, a stare stretto ad una cittadina che ha invece molto altro da offrire e non solo d'estate.
Gli eventi organizzati sul territorio comunale sono molti, tutti di ottimo livello e si susseguono nell'arco di tutto l'anno. Basti ricordare su tutte le processioni della Settimana Santa, con la rappresentazione storica della passione e morte di Gesù Cristo organizzata ogni due anni lungo tutto il territorio comunale e le processioni del giovedì santo e del venerdì santo organizzate rispettivamente dalle arciconfraternite della SS. Immacolata e del SS. Crocifisso e Pio Monte dei Morti.