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Tradizioni Metesi

 
LA CANZONE DI CAPODANNO

Come noto e come è attestato da diversi scrittori di storia locale, nella nostra Regione ( e si pensa anche nelle altre ) era diffuso l'uso di celebrare il Capodanno con i tradizionali fuochi pirotecnici e gettando dalle finestre, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, svariati oggetti. Ma oltre a tutto ciò nella nostra Regione c'era anche l'uso ( e tutt'ora in buona parte persiste ) di cantare la "Canzone de lo Capodanno". Nel nostro Comune, dopo alcuni anni di "silenzio" si è cominciato a riprendere questa simpatica usanza. Nel cantare tale canzone si ricorreva all'uso di alcuni strumenti caratteristici : tamburelli, "scietavaiasse", putipù ed altri che producevano un fracasso, non fastidioso, ma piuttosto buffo e piacevole.
Nella società dei secoli passati, questa canzone veniva preceduta dal "lancio della pietra" che consisteva nel tirare un sasso o un frammento di mattone al piede della persona alla quale si voleva dare l'augurio del buon anno. Specialmente nella tradizione metese, il lancio di questa pietra, era preceduto da un coro di introduzione, che era il seguente:
" ao' bbuon Dio è ao' bbuon Capodanno
tant'oro e argiento te puozze
abbuscà auanno,
quanto peso io, 'a pret e tutte e panne"

Dopo aver pronunziato questi versi, colui che voleva fare l'augurio faceva "scivolare la pietra" ai piedi del festeggiato ( in dialetto si diceva "menà a' pret a...).Dopo di che si cominciava la canzone.
L'inizio della canzone che veniva eseguita a Meta era uguale a quello che si cantava in tutte le altre parti della Regione e che è riprodotta in parecchi dischi.
 
Ma la caratteristica della canzone che veniva eseguita a Meta, era che il motivo era alquanto diverso da quello che viene ascoltato nei suddetti dischi.
Ma ancor più caratteristico era che nella canzone di Meta, dopo aver menzionato la nascita del Redentore, la strage degli Innocenti ecc., come avviene nella canzone cantata negli altri paesi, - ci sono delle strofe che passano in rassegna tutte le attività, arti, mestieri e professioni - agli esercenti delle quali viene augurato il buon anno. Leggendo queste strofe non si può non notare la loro simpatia e il loro humor che, ancora a distanza di tanti e tanti decenni, viene suscitato in coloro che le ascoltano. Secondo una tradizione orale, tramandata attraverso le generazioni di padre in figlio, sia il motivo che queste strofe aggiunte, sono opera dei metesi. Il nome dell'autore delle note non è sicuro e quindi per serietà non possiamo menzionarlo; mentre l'autore dei versi aggiunti è un tale chiamato Prospero Cafiero, che abitava "abbascio o Casale".
Nel cantare detta canzone si rispettavano delle gerarchie familiari e sociali, perché il nipote "menava" la pietra al nonno, il figlio ai genitori, il nipote allo zio ecc. Nei rapporti sociali ed economici si aveva un'analoga gerarchia, per es. il garzone al maestro di bottega, il lavoratore al suo datore di lavoro ( a Meta, notoriamente famosa nell'attività marinara, i marinai ed in genere i dipendenti davano quest'omaggio all'Armatore, che spesse volte era anche il capitano della nave).
Ma tale gerarchia comportava anche l'obbligo, per chi riceveva quest'omaggio, "di aprire la dispensa" e trattare lautamente con cibarie e dolciumi vari, coloro che avevano cantato la canzone.
I genitori, i nonni e gli zii, a loro volta, facevano rispettivamente ai figli e ai nipoti la " 'NFERTA" (cioè quella che possiamo comunemente definire "la strenna di Capodanno"). Il periodo festivo, come quello Natalizio, era occasione, per buona parte del popolo, di cibarsi più riccamente in quanto il consumo di determinati generi, carni, dolciumi, ecc.non era alla portata di tutti. D'altra parte il lungo periodo di privazione rendeva più gioioso il cibarsi in questi periodi, infatti si diceva che si faceva festa.